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MZABS  =  GHARDAIA

 

M'ZAB - GHARDAIA
Un sogno di vita e di architettura
di Alberto Arecchi

 

Ho conosciuto la Valle dello M’Zab alla fine del 1978. Ero da poco arrivato in Algeria, dove avrei insegnato per quasi tre anni presso l’Ecole Polytechnique d’Architecture et d’Urbanisme di Algeri. Nel periodo delle vacanze di fine anno, con un gruppo di amici e colleghi, ci recammo nel deserto per visitare Ghardaia e la valle dello M’Zab, poi El Goléa ed il grande ksar d’El Menia, abbandonato, ricco di tracce archeologiche e delle memorie di Charles de Foucauld, sino a raggiungere l’antico lago disseccato di Timimoun, nella vallata della Saoura, con gli antichi sistemi d’irrigazione scavati in profondità e con il circuito di villaggi di terra rossa, un tempo abitati da pescatori, ed oggi da contadini di pelle nera.
Ho scoperto in quella circostanza la meravigliosa sinfonia di accordi che i Mozabiti erano riusciti a realizzare nelle loro città, la modulazione di spazi e di materiali in un equilibrio spesso instabile e precario, ma sempre molto meditato, che fanno della “pentapoli dello M’Zab” un capolavoro d’interesse universale. Su quelle moschee e quei mausolei di santi, su quelle tombe e quei minareti che ergevano le loro cuspidi verso il cielo come capezzoli o come bianche dita, ma soprattutto su quelle case di “architettura spontanea colta”, in cui nessuno spazio era superfluo, aleggiava anche il ricordo e il mito di Le Corbusier (1887-1965), che negli anni Trenta apprese certamente molto dall’esperienza architettonica dello M’Zab, per la sua “architettura a misura d’uomo”... pur mentre si occupava di pianificare la “grande Algeri” con enormi palazzi di quindici piani, e con le autostrade che correvano sui tetti.
Ho imparato ad amare le fresche nottate nel palmeto, scandite dai fruscii di piccoli animali che si muovono nell’oscurità e dall’improvviso ragliare degli asini, a distanza, da qualche parte nell’oasi. A gustare il thé alla menta sotto l’ombra di un telone, che protegge dal bruciore accecante del sole meridiano. A rimanere per ore ad ascoltare i discorsi teologici di qualche vecchio saggio, presso le moschee-mausolei dei cimiteri, mentre il sole va calando dietro i bordi del deserto.
Da allora, sono ritornato spesso nello M’Zab, a trascorrere giorni di riposo sereni e rinfrancanti dal nervosismo isterico della grande Algeri, nel mirabile equilibrio tra uomo e natura (e terra e cielo) che in quei luoghi si percepisce quasi ad ogni passo, in ogni immagine, nelle città come nelle oasi, in ogni volto, sereno e al tempo stesso serio e profondo, della gente che vi s’incontra.
Ho visto, negli anni, la valle dello M’Zab che si trasformava, le nuove costruzioni che alteravano un paesaggio fatto di pietre colore ocra, che sembravano modellate dai secoli, per inserirvi spigoli taglienti del cemento armato e grandi loggiati bianco-azzurrini, allineati lungo i fronti delle vie. In quegli anni l’acqua corrente nelle case e nei giardini, che consentiva agli abitanti il “salto nella modernità”, provocò tuttavia l’abbandono dei sistemi tradizionali d’irrigazione e gravi problemi edilizi ed ambientali, con le infiltrazioni di umidità nel sottosuolo e con l’inquinamento dello wed M’Zab, trasformato in un grande collettore fognario.
La situazione locale – politica e sociale – non ha fatto che peggiorare, nel corso degli ultimi anni, a causa dell’instabilità che ha funestato quella splendida terra e ha reso sconsigliabile l’accesso a turisti e viaggiatori.

Un giorno intorno all’anno Mille
Gli Ibaditi o Abaditi sono una setta del gruppo dei Kharigiti. Il termine Kharigiti significa “uscenti” e indica una corrente “scismatica” dell’Islàm, nata nel sec. VII in margine alle lotte per la successione del Profeta Mohammed.
Nell’anno 1011 o 1012 della nostra era (402 Hegira), la capitale berbera di Isedraten, in un’oasi del Sahara algerino, a breve distanza dall’attuale Wargla, era attaccata dagli Arabi d’El Mansùr, un capo hammadita partito con una spedizione militare dalla costa, dal porto di Bejaja (Bugia). Gli abitanti di Isedraten erano Ibaditi. Circa un secolo prima avevano abbandonato la loro prima capitale, Tahirt, sotto la spinta delle guerre per il potere che infuriavano tra i musulmani dell’Africa del Nord. Fuggirono di nuovo e si inoltrarono nel deserto, risalendo la vallata dello wed M’Zab, verso altre piccole colonie di Ibaditi che li avevano preceduti tra quelle rocce, apparentemente inospitali, sino ad una posizione che parve favorevole per un nuovo rifugio sicuro. In un’ansa del corso d’acqua stagionale, che scende verso oriente a perdersi nelle sabbie del Grand Erg orientale, fondarono la nuova città d’El Atteuf (“il gomito”, “il tornante”).
I discendenti di quegli Ibaditi – conosciuti come Mozabiti dal nome del loro luogo d’insediamento – hanno continuato a vivere in un gruppo di oasi, in mezzo ad un territorio inospitale, all’interno di una vallata scavata dalla natura sotto l’orizzonte del deserto. Si tratta d’un mondo esclusivo, d’un paesaggio chiuso su sé stesso, dal quale non si percepisce, neppure visivamente, il mondo esterno. Solo dalla cima dei minareti e delle torri di guardia si può gettare lo sguardo lontano, nel deserto. Gli orti, i palmeti, le città, le singole case, gli individui, dialogano direttamente con il cielo.
Gli Ibaditi sono conosciuti per il loro rigorismo morale e religioso e per lunga tradizione evitano le decorazioni nelle loro costruzioni (sulle moschee, ad esempio, non appaiono nemmeno i classici motivi decorativi, ispirati a versetti del Corano). Le donne rimangono chiuse nelle case, svolgono una vita “parallela” sulle terrazze, che costituiscono una vera e propria “seconda città”. Quando escono, sono completamente velate e osservano il mondo da un occhio solo (ora l’uno ora l’altro, a turno, per non stancarli troppo) stringendosi accuratamente il velo con la mano, di fronte al volto.
La comunità ibadita, unita dalla propria ideologia di vita e dalle dure condizioni esterne, ha concretizzato in quella vallata una specie di microcosmo isolato, in cui si rispettavano precise regole di convivenza con l’ambiente naturale. Il fondo della vallata è stato irrrigato con acqua tratta dalla falda sotterranea, mentre le città fortificate (qsur) occupavano i rilievi pietrosi, in modo da soddisfare in maniera integrata una serie d’esigenze: non sottrarre terreno fertile alle coltivazioni, garantire una giusta quantità di sole ad ogni abitazione, rispettare la natura ed il prossimo, pur garantendo la riservatezza dell’ambiente familiare. Una lezione per l’uomo d’oggi, che coi suoi interventi edificatori si espone sempre più al rischio di catastrofi ecologiche: alluvioni, frane, insabbiamenti, desertificazione. Tutti fenomeni naturali, contro i quali spesso l’uomo si è spinto, per imprevidenza, costruendo nel corso dei torrenti, sotto le dune del deserto, sfruttando eccessivamente certi territori o lasciandone altri in abbandono.
Per un migliaio d’anni, nelle oasi dello M’Zab, gli edifici e le altre costruzioni – come gli sbarramenti che ritengono le acque per l’irrigazione – hanno continuato ad esprimere la stessa risposta essenziale ai bisogni di base, senza mutamenti di forme, senza decorazioni. L’esistenza d’uno “stile artistico” presuppone che si stabiliscano regole e leggi espressive. Nello M’Zab non esistono stili, non esiste esibizione di un’ideologia di vivere e di abitare. Tutto è stato sempre realizzato in nome dell’unica legge dell’indispensabile, del necessario alla vita e alla morale della gente.
Una “buona” architettura , che risponda in modo adeguato ai bisogni dell’uomo ed all’ambiente fisico, è bella quando è semplice. Può diventare monumento, senza volerlo essere.
È stata questa la scoperta fatta da un grande architetto come Le Corbusier: l’ammirazione per un’essenzialità che procedeva dal profondo, per una risposta concreta che materializzava, in modo spontaneo e quasi naturale, le forme che servivano, lungo il cammino dell’uomo, senza cercare di “esprimere” o di stupire con grandiosità o con decorazioni fastose. È questa la vera grandezza dell’architettura mozabita.
Per la fondazione delle città esistenti sono normalmente accettate le seguenti date.
Vicino ad un gomito del corso d’acqua stagionale, El Atteuf (“il gomito”, “il tornante”, per l’appunto) fu fondata nel 1011 o 1012, forse su un accampamento più vecchio, perché conserva qualche muro di una moschea più antica, attribuibile al 944. Quando questo nucleo urbano fu saturo, gli Ibaditi fondarono nuovi centri autonomi risalendo sempre più verso monte: Bou Noura fu fondata nel 1046 o 1048; verso il 1050, sulla collina di fronte, sorse Tafilalt, il nucleo antico di Beni Izguen; Ghardaia nacque nel 1053; l’attuale Melika nel 1124, subito dopo la distruzione del nucleo più antico di Wadai.
Nel sec. XIV lo sheikh Sidi Aissa (un convertito all’Ibadismo) fondò la parte bassa di Melika e nello stesso periodo, nel 1347, prese forma l’attuale città di Beni Izguen, oggi reputata “città santa”, intorno al nucleo della vecchia Tafilalt.
Le città fortificate vissero una vita autonoma; vi furono conflitti intestini, la prima città di Bou Noura fu distrutta, ma gli Ibaditi trovarono in questa valle la loro culla, che li ospitò e li nutrì per mille anni. Dopo il sec. XIV i traffici sahariani andarono riducendo la loro importanza, prima a causa dell’accresciuta attività di razzie dei predoni contro le carovane e in seguito per l’effetto del colonialismo europeo, che con i suoi commerci marittimi allontanava i traffici più importanti dai percorsi interni e li spostava verso la costa. La rete commerciale dei Mozabiti si estese verso il nord. Gradualmente essi monopolizzarono il commercio e gli scambi nelle città costiere dell’attuale Algeria (dove peraltro erano già presenti). Ciò avvenne grazie all’emigrazione stagionale degli uomini, che mantenevano sempre la famiglia residente nella vallata d’origine.
I Mozabiti rimasero nei secoli una comunità fiera, salda nei suoi principi religiosi e morali, chiusa su sé stessa e in relazioni di vicinato spesso difficile con gli altri gruppi di popolazione.
La venerazione e il culto dei santi, proibiti dall’Islam, a maggiore ragione sono esclusi dalla pratica dei Mozabiti, che per ragioni di egualitarismo usano seppellire i loro morti senza neppure apporre il nome del defunto sulla tomba. Nei cimiteri, per riconoscere i propri defunti, le famiglie contrassegnano le tombe con vasi e cocci di terracotta: un uso che richiama l’antica Cartagine e le tradizioni berbere. Consuetudini pre-islamiche, religiose e magiche, affiorano qua e là dagli usi femminili: le donne non disdegnano di recarsi a pregare sulle tombe dei santi, accendere lumini a olio in apposite nicchie, scrivere frasi augurali e imprimere segni di mani – con le cinque dita aperte – sugli intonaci, sui muri delle case (l’Islam ha “benedetto” questi segni dicendo che si tratta della mano di Fatima, la figlia del Profeta). Altri antichi culti sono forse ravvisabili nella venerazione delle grotte, tipico segno femminile: a Ghardaia fanno visitare la cosiddetta “tomba di Daia”, dove si vorrebbe che abitasse la madre primigenia della comunità (ma nella quale nemmeno una capra potrebbe entrare, date le ridotte dimensioni); nel palmeto di Bou Noura esiste l'Aren nu Fighar, una grotta meravigliosa proibita agli stranieri, dalla quale si dice sia possibile entrare in contatto con il mondo dell’immaginario; un’altra grotta si trova in alto, dietro le creste che fiancheggiano lo wed presso El Atteuf... aspetti di religiosità primitiva che il puritanesimo ibadita nasconde, ma non ha potuto cancellare nei secoli, e che sarebbe molto difficile conoscere, vista la riservatezza del mondo femminile in questa vallata.
La valle dello wed M’Zab si trova nel cuore del deserto del Sahara, 600 km circa a sud di Algeri e 1200 km a nord di Tamanrasset. L’altitudine media dell’altipiano desertico in questa zona è di 500 metri sul mare. La vallata scende da nord-ovest verso sud-est e poi da ovest verso est, in direzione dell’enorme conca del Grand Erg orientale, che un tempo era un grande mare, il cui fondo oggi è occupato da distese di sabbia con dune. L’altipiano calcareo è fortemente inciso in ogni direzione dall’erosione delle acque, che si raccolgono in quattro wed principali, dalle valli profondamente incassate. Proprio per via del suo rilievo frastagliato, la vallata è chiamata shebka (merletto: chebka, secondo la grafia francesizzata). Il clima è tipicamente desertico. La media annua delle piogge è di 50-60 mm, ma negli anni di siccità non si superano i 20-30 mm. Generalmente, piove per una decina di giorni l’anno. Occorre una forte pioggia di alcune ore per provocare la piena nello wed, il che avviene ogni due-tre anni. I venti d’inverno sono freddi, provengono da nord-ovest e sono relativamente umidi; quelli estivi provengono da nord-est, sono forti e caldi. Venti di sabbia soffiano da sud-est nei mesi da marzo a maggio. Tranne una breve stagione di piena, durante le piogge invernali, l’acqua non affiora, ma le piogge vanno ad alimentare la prima falda sotterranea, ad una profondità tra 40 e 70 metri. Gli sbarramenti costruiti in talune oasi servono soprattutto, con le loro fondazioni, a frenare il flusso nella falda, in modo da farne risalire il livello e trattenere più a lungo le acque sotterranee nelle zone destinate ad orti e giardini.
Tranne El Atteuf, le altre quattro città della pentapoli mozabita (Ghardaia, Melika, Beni Izguen e Bou Noura) occupano rilievi rocciosi che si fronteggiano ed è possibile, da alcuni punti, abbracciarle tutte in un solo colpo d’occhio. Si ha allora la netta sensazione che esse siano nate esattamente là dove la matura stessa ha voluto che fossero, e che non potesse essere altrimenti, tanto profonda e spontanea è la loro coesione con le forme del paesaggio. Bou Noura sul suo scoglio, che si affaccia al letto principale dello wed, Beni Izguen su uno spigolo roccioso, esposta ai raggi del sole che nasce e che tramonta, sorvegliano entrambe le vallate laterali in cui si distendono i rispettivi palmeti. Melika è arrampicata su un rilievo roccioso (il più alto, all’interno della vallata) e Ghardaia si sviluppa a cono su un’ultima altura, con un effetto teatrale; tutte le città occupano rilievi di rocce e sassi, non utilizzabili per le coltivazioni e adatti invece a garantire la difesa. I cimiteri sorgono a fianco delle città, di solito sul lato nord e spesso in posizione elevata (tranne il cimitero di Sidi ‘Brahim, a El Atteuf, che occupa una vallata ed è stato attrezzato con sistemi di arginatura per difenderlo dalle acque di ruscellamento). Il terreno fertile e irrigabile era, all’origine, tutto destinato alla coltivazione dei palmeti e dei giardini.
Generalmente, le case delle antiche città mozabite si offrono allo sguardo come una “scalinata” ,che ricopre la pendenza dei rilievi con gradini dalla sagoma geometrica e macchie di colore (gli intonaci sono colorati nelle tinte: blu, rosa, giallo, ocra, bianco). Sembra però che l’intonacatura e la varietà dei colori siano un fenomeno abbastanza recente, perché i viaggiatori del sec. XIX descrivevano la pentapoli come un ammasso del colore della terra e della roccia.

moschea

Le città erano protette da mura o da case-forti, con torri d’avvistamento e di difesa (che in parte si conservano ancora). Le cinte murarie erano dotate di porte, sorvegliate da posti di guardia, con una stanza al piano superiore. Le mura non avevano solo funzioni di difesa, ma servivano anche alla chiusura ideologica della comunità. Quando negli anni 1962-1964 fu progettata un’estensione della città di Beni Izguen, le autorità locali chiesero la costruzione d’un muro di cinta che avvolgesse anche la prevista lottizzazione. Questa esigenza fu poi lasciata cadere, in funzione della rapida evoluzione sociale verso l’individualismo.
Le città mozabite rimasero a lungo racchiuse nelle proprie mura. Quando la popolazione raggiungeva livelli di saturazione, un gruppo di abitanti partiva per fondare una nuova città, come negli alveari delle api e nelle antiche colonie greche. Questo paragone non è peregrino, perché l’amministrazione stessa delle città, tramite il Consiglio paritario degli anziani riunito intorno alla moschea, ricorda da vicino l’antica polis. Nel sec. XVII, i Mozabiti fondarono in oasi non troppo lontane gli altri centri di Berriane e di Guerrara, posti rispettivamente 40 km a nord e 110 km a nord-est. Alla metà del sec. XIX, le forze coloniali francesi occuparono il Sud algerino e stabilirono un patto di mutuo rispetto con i Mozabiti, lasciando loro l’amministrazione interna della propria Comunità. Tuttavia, la costruzione di un forte della Legione Straniera, in posizione tale da dominare visivamente la vallata, e la fondazione del nuovo centro amministrativo nella vallata, subito fuori di Ghardaia, cominciarono a sconvolgere un equilibrio secolare. Ghardaia cominciò ad essere conosciuta, amministrativamente, come “capoluogo”. Ciò alterò la condizione paritaria tra le varie città. Nella sola città di Ghardaia, divenuta sede amministrativa “coloniale”, furono abbattute le mura di cinta e si creò una graduale transizione, priva di cesure, fra la riservatezza della città alta, il quartiere basso, popolato da Ebrei Sefarditi, e le nuove zone amministrative e commerciali, che si andavano estendendo lungo la sponda meridionale dello wed. Le nuove costruzioni e le nuove attività attirarono una forte immigrazione di Arabi di rito malekita. Le loro moschee, con i minareti a pianta quadrata, che si distinguono a colpo d’occhio da quelli mozabiti (i quali sembrano piuttosto dita puntate verso il cielo), si sono andate moltiplicando nel paesaggio locale.
Le altre città rimanevano racchiuse entro le proprie mura. Solo le “case d’estate”, nelle oasi, destinate al soggiorno delle famiglie durante i mesi caldi, continuarono ad espandersi. Poi, negli anni 1920, la scoperta di una nuova, ricca falda d’acqua rese disponibili nuove risorse e rese convenienti nuovi metodi di pompaggio. I pozzi tradizionali sono via via scamparsi e il sistema di coltura del palmeti è stato modificato. Non occorre dimenticare, inoltre, che le tradizionali attività di commercio, esercitate dai Mozabiti in tutto il territorio algerino, hanno generato accumulazioni di capitale che rendevano ormai superflua la dipendenza alimentare dai prodotti orticoli locali e da un ciclo economico chiuso su sé stesso, tipico della società tradizionale. Nacquero imprese di tipo industriale e si sviluppò il turismo. Ciò ha provocato però negli ultimi decenni, nella vallata dello M’Zab, una sorta di “implosione” del tessuto urbano. L’aggressione portata dallo sviluppo industriale ha profondamente alterato il carattere “medievale” dell’insediamento nello M’Zab, pur mantenendo un certo rispetto verso il tessuto urbano dei singoli centri storici. Oggi il territorio della vallata tende ad essere pesantemente saturato dalla nuova edilizia, nonostante i controlli introdotti ed esercitati nel corso dell’ultimo trentennio, in nome sia del rispetto delle tradizioni morali e culturali, sia della salvaguardia delle caratteristiche ambientali e del patrimonio artistico.
La città è racchiusa all’interno della cinta muraria, o di ciò che ne rimane. La difesa militare vera e propria, però, non impone più da gran tempo la rigidità di un tale sistema di protezione. La cinta muraria è costituita da una cortina continua a Beni Izguen, oppure da un muro che collega delle case-forti, alte e prive di accesso esterno (Melika, Bou Noura).
Le città sono di ridotta estensione e non hanno mai superato un dato numero di abitanti. Non sappiamo però se ciò corrispondesse ad una regola codificata e se veramente vi sia stata la decisione dell’assemblea di “distaccare” gli abitanti in più, in caso di eccessiva crescita demografica. Non sappiamo se vi siano stati contrasti ideologici, religiosi o solamente personali alla causa di tutto ciò.
Lo schema urbano è denso, il rapporto tra spazi costruiti e superfici libere è molto alto. La moschea domina sempre la città. È una costruzione grande e importante, non solo per il suo valore sociale e religioso, ma per le sue stesse dimensioni, visibili da lontano, perché sta sul culmine dell’aggregato e il suo minareto svetta verso il cielo. Le costruzioni annesse: medersa (scuola coranica), biblioteca, ecc. costruiscono un complesso intorno ad essa: il centro spirituale, ma anche sociale della città.
Ricordiamo i casi d’el Atteuf, con due moschee principali (forse sopravvivenza di una concezione dualista berbera?) e Melika, ove la decisione, verso il 1970, di costruire un minareto alla moschea malekita suscitò grandi discussioni e fu una scelta molto sofferta.
Il secondo polo d’attrazione è il suuq, mercato (agadaz in berbero). Posto in prossimità di una porta della cinta, per meglio assicurare la difesa della città e della comunità.
Per il resto, gli spazi pubblici della città sono strette vie, appena allargate per permettere l’esistenza di qualche pozzo, di qualche albero. Non di rado, esse corrono in porticato, coperte dal piano superiore delle case, in modo da riparare meglio dal sole. Panchine in muratura, lungo i muri delle case, servono da luoghi di riunione di vicinato.
Ricordiamo le regole urbanistiche fondamentali: Nessuna casa deve portare ombra a quella del vicino: il sole è sempre apprezzato e cercato. Questo principio di base limita l’altezza delle case e può condizionare la forma dei tetti.
Un’altra regola fondamentale, sempre rispettata, è che da nessuna casa si deve avere la possibilità di guardare dentro un’altra. L’intimità è preservata al massimo grado. Le terrazze sono cinte da muri più alti dello sguardo (almeno m 1,50 dal pavimento). Quando però la prima regola non consente di alzare i muri della terrazza, i luoghi più alti non sono accessibili agli uomini, ma sono riservati esclusivamente alle donne (e ai bambini piccoli). Le donne passano così dall’una all’altra e da una casa all’altra riescono a muoversi nella città, sottraendosi agli sguardi degli uomini.
Le facciate si somigliano tutte nella loro nudità e nessun segno di distinzione o di ricchezza è visibile all’esterno.
I materiali non determinano la forma della casa, tuttavia la disponibilità dei materiali locali ha sempre influenzato le tecniche di costruzione, attraverso i secoli. Questo ovviamente spiega anche elementi quali i colori, un tempo basati esclusivamente sull’ocra della terra locale e sul bianco della calce e del gesso.
Gli archi sono realizzati con blocchi di pietra, spesso su una centinatura “a perdere” fatta con nervature di palma, che ne regolano la forma e reggono il peso dell’arco per il breve tempo necessario alla presa del timshent (malta a base di gesso). La centinatura fatta con le nervature di palma dà agli archi una tipica forma, con una curvatura che si accentua in corrispondenza della maggior flessibilità delle estremità, anche quando essi cercano di raggiungere il tutto sesto o talvolta anche la forma di arco oltrepassato.
Le volte (qus, in arabo) sono fatte con una tecnica analoga a quella degli archi: pietre e timshent, su una centinatura persa di nervature di palma. Hanno una luce ridotta, spesso minore d’un metro. Possono oltrepassare tale limite se sono rinforzate da nervature ad arco. Le volte a botte sono generalmente un po’ schiacciate, a forma di anse di paniere.
Le cupole servono di solito a coprire le costruzioni cimiteriali. Si appoggiano su pilastri o su muri, con raccordi. Talvolta sono rafforzate con una crociera di nervature di palma, che poggiano sui pilastri. Le cupole sono generalmente appiattite, forse solo a causa della deformazione delle nervature all’atto della posa dei blocchi. All’esterno, la cupola non supera o supera di poco il resto della copertura.
Gli intonaci sono grossolani e servono soprattutto a chiudere i buchi nelle murature. nelle case più vecchie l’intonaco è fatto di timshent e sabbia, con un colore naturalmente rosa o ocra, a seconda della sabbia utilizzata. Più in generale gli intonaci sono fatti solo di timshent, d’un colore grigiastro. Spesso si applica su intonaci, pavimenti e soffitti una o più mani di latte di calce bianco o leggermente colorato in giallo, ocra o azzurro. Queste mani, rinnovate ogni due o tre anni, sono date con una scopa di palma oppure con spazzoloni, scope o anche nebulizzatori a mano.
La distanza tra due file di pilastri di sostegno nelle moschee corrisponde bene alla misura di un uomo prosternato al suolo.
La posizione dei vari elementi della casa non è mai fissa, né la forma delle piante è mai ripetitiva. La libertà di pianta, anzi, è uno degli elementi fondamentali di questa architettura, e un ambiente a nicchia può servire ora da ripostiglio, ora da ambiente per un letto aggiunto. C’è un grande spirito d’economia che pervade l’uso di tutti gli spazi disponibili (compresi i piccoli sottoscala).
Il mobilio tradizionale è in gran parte integrato all’architettura della casa: nicchie, mobili, letti, recipienti per la scorta di granaglie e datteri, tutto sembra nato nel quadro di un’unica concezione, di un unico progetto. È proprio questa caratteristica di spontaneità mai gratuita, ma sempre calcolatissima, sino ai minimi particolari, che rende bella e funzionale quest’architettura: la casa si articola ed esprime pienamente le funzioni cui deve rispondere, senza fronzoli, senza elementi di rappresentanza, senza “bellezze gratuite”. Un arco ed un’architrave possono tranquillamente essere accostati, senza alcuna preoccupazione estetica, a seconda della disponibilità di materiali del momento o della volontà estemporanea (almeno a nostro avviso) del costruttore.

La legge morale dello M’Zab è basata su principi di stretta economia, applicati alla totalità del comportamento sociale. Alle origini dell’architettura moderna occidentale, si pensò di rendere tutti uguali costruendo case per il popolo che imitassero quelle dei prìncipi. Qui, invece, l’uguaglianza è stata ricercata da sempre tramite il soddisfacimento, per tutti, degli stessi bisogni essenziali. Gli spazi sono studiati e realizzati con semplicità, senza nessuna monumentalità, che si tratti della casa di gente comune, della casa dell’Imàm o della moschea. Agli occhi di uno straniero, sembra quasi che un’ideologia dell’essenzialità pervada tutto, ma ciò è dovuto essenzialmente al fatto che l’abitazione non riveste alcun carattere di rappresentatività: è fatta soltanto per soddisfare – con pienezza, ma in maniera del tutto funzionale – i bisogni della vita quotidiana, non per “apparire” ad occhi estranei. Ciò attribuisce alle case dello M’Zab la loro particolare aura, poiché in esse sono stati codificati i principi dell’architettura funzionale, della soluzione di problemi essenziali della quotidianità, senza peraltro che permanesse quella situazione di povertà endemica che in altre circostanze ha “costretto” ad adottare soluzioni analoghe. Qui – nella gran maggioranza dei casi, almeno per quanto riguarda l’architettura storica – gli spazi si sono modellati sull’uomo, più che non sull’immagine che egli desiderava costruirsi.
Tutto è “a scala umana”, perché nessun edificio ha obiettivi di rappresentanza, ma tutto esprime esattamente le funzioni alle quali deve servire. È ciò che colpì e segnò profondamente il ricordo di Le Corbusier, quando visitò questi luoghi e ne riportò l’esperienza di un’architettura ideale, tanto da usarla come modello per le proprie realizzazioni, ma soprattutto da teorizzare nei suoi scritti il celebre slogan della “casa a misura dell’uomo”.
Le forme dell’edificio rispondono ai bisogni e spesso la pianta del primo piano non corrisponde neppure a quella del piano inferiore.
Naturalmente, come in molti casi di architettura “vecchia” e “spontanea”, queste case hanno incantato architetti, turisti, stranieri, ma oggi per i loro abitanti rappresentano solo vecchi alloggi, privi di conforto, inadatti alla vita moderna.
La casa mozabita ha adattato alle condizioni climatiche e di luce del deserto e alle consuetudini sociali degli Ibaditi lo schema dell’abitazione mediterranea, che gravita intorno ad un cortile centrale. L’ingresso alla casa, come in tutte le case nordafricane, è posto sull’angolo ed ha le porte sfalsate a baionetta (sqifa), in modo che dall’esterno non si possa vedere direttamente l’interno. Il cortile del piano terreno (shebeq) è stato in gran parte coperto, lasciando solo una ridotta apertura centrale per il passaggio dell’aria e della luce. Così si ottiene più ombra e fresco all’interno, e si amplia la superficie della terrazza. La casa gravita tutta intorno al vano centrale semi-scoperto, così ottenuto al piano basso. Una stanza apposita è riservata alle riunioni e alla preghiera (tizfrit).
Dal gioco delle luci, nelle diverse ore delle stagioni, dipende l’uso delle varie stanze, in modo da fruire sempre di condizioni climatiche gradevoli: è ciò che si chiama “architettura bioclimatica”.
Gl’interni delle case sono poco più alti della testa degli abitanti, e ciò è più che sufficiente ai bisogni della vita quotidiana, a condizione che la ventilazione sia buona. Infatti nelle case tradizionali non si usano mobili: per una persona seduta su un tappeto, per terra, una stanza alta m 2,20 è altrettanto spaziosa che un locale comune delle nostre case, visto da una persona seduta su una sedia. L’ambiente centrale non è un vero e proprio cortile o patio, ma “un locale d'abitazione fuso con un patio”. Si chiama, in arabo, west ed dar, e in lingua berbera amessent ed dar, termini che significano entrambi “il centro della casa”. Esso è coperto da una terrazza forata e, nel periodo caldo, anche il foro è protetto da un telone. Verso questo spazio centrale si aprono tutti gli altri locali della casa, come fossero nicchie in un grosso muro, che sempbra poter essere scavato a volontà dalle mani di un artista. La terrazza è il soggiorno più gradevole nei mesi invernali e diventa camera per la notte, durante l’estate.
Nello M’Zab, l’intonaco si applica solo dove è proprio necessario, per proteggere i muri da azioni di sfregamento. Dove non esiste un rischio di contatto regolare, basta applicare quel poco di malta necessaria a chiudere i buchi tra le pietre. Quando si applica l’intonaco con la mano e rimane impresso il gesto dell’artefice, con la traccia delle dita. Si può anche usare una specie di “scopino”, fatto con gli steli di un grappolo di datteri. Battendo il muro con tale strumento, dopo averlo immerso nel secchio della malta, si ottiene un intonaco fortemente ruvido. In ogni caso, le asperità della superficie serviranno ad accrescere le zone d’ombra e a raffrescare la superficie del muro, sotto il forte sole. L’intonaco non serve mai a rendere liscia la superficie dei muri, ma, anche quando tutte le irregolarità fossero state lisciate, il muro della casa mozabita non rivela mai la geometria di forme regolari.
È stato scritto di queste città che in realtà esse si compongono di due sistemi strutturali completamente indipendenti, aventi fra loro solo determinati punti di contatto: la “città degli uomini’, al livello delle strade, e quella “delle donne”, ai piani alti, intercomunicanti per mezzo delle terrazze. Le due città sono collegate attraverso l’intimità delle case, ma gli individui di sessi diversi avvisano sempre, prima di penetrare negli spazi e nel mondo dell’altro: un uomo, prima di salire in terrazza, lancia un avviso alle donne, anche a quelle delle case circostanti. Diversi sono anche i modi di bussare alle porte, tra uomo e donna. Solo i bambini sono liberi di fluire dappertutto, attraverso gli innumerevoli meandri di queste città, nei passaggi che sfumano gli spazi, dall’ambiente pubblico sino al privato.
Le terrazze sono i luoghi in cui tutta la famiglia va a dormire, nelle notti fresche d’estate.

Le moschee e i cimiteri

Le particolari condizioni climatiche hanno imposto che anche le moschee, come le case, possano disporre di uno spazio esterno per riunirsi durante le serate estive: si tratti di una terrazza o un’altra area scoperta, presso il cimitero della città o nel palmeto dell’oasi.
Gli archi dei porticati hanno l’altezza di un uomo e la larghezza delle campate è di misura appena sufficiente per prosternarsi. Questa proporzione, strettamente ritagliata sulle misure umane, ripete la povertà della prima moschea di Medina, con navate parallele al muro di fondo della qibla (la nicchia che indirizza la preghiera, rivolta in direzione della Mecca). Si sa che la disposizione delle moschee, in generale, ignora la nozione occidentale di “navate” dirette in senso longitudinale e rispetta invece un’organizzazione dello spazio per spazi parallelamente disposti in campate, l’una davanti all’altra, e ogni campata è destinata ad una riga di fedeli in preghiera. Prive di decorazioni, ridotte a strutture spoglie ed essenziali, le moschee dello M’Zab rendono il senso profondo del riparo. Gli Ibaditi hanno raggiunto il sommo della coerenza, cercando la comunicazione diretta con Dio nella meditazione e nella calma, al di là di ogni richiamo puramente estetico, che avrebbe potuto costituire una distrazione dall’obiettivo fondamentale della preghiera, in una sottomissione totale.
Gli archi e le aperture dell’architettura mozabita obbediscono alle esigenze minime necessarie per il passaggio, sono “ritagliati” sulla sagoma della figura umana e realizzati con materiali locali: sassi allo stato grezzo, gesso che fa presa molto rapidamente, così che gli archi non richiedano grandi opere di centinatura. La loro forma è data dalle nervature dei rami di palma, materiale privo di valore che si raccoglie facilmente nell’oasi. Dopo che sono serviti per dare la forma agli archi, i fasci di rami vengono lasciati annegati nella muratura finita, senza recuperarli. Le foglie di palma si incurvano in modo simile l’una all’altra, ma mai perfettamente uguale: così, la somiglianza delle varie forme non è mai standardizzazione ed ogni apertura risulta caratteristica, unica; anche quando le arcate si ripetono, l’una vicino all’altra, ognuna di esse riesce ad essere singolare ed “individuale”.
Il puritanesimo sembra addolcirsi nelle dimore dei morti, rispetto a quelle dei vivi, e lascia il posto ad un certo lirismo, ad un misticismo con toni quasi musicali. Forse è il risultato dell’emergere della “religiosità delle donne”, che ancora oggi venerano le tombe dei santi accendendo lumini ad olio, sporcando i muri con scritte o con impronte di mani che ripetono gli antichi culti magici.
Per quasi un millennio questa società non ha espresso edifici che rappresentassero il potere temporale, né quello spirituale, ha solo venerato con continuità le tombe dei propri fondatori, fatte di volumi e spazi modulati sul passo dell’uomo, ricoperte da intonaci di gesso con pinnacoli che in certi casi assumono la forma di dita o di pani di zucchero. I cinque pinnacoli, secondo certe interpretazioni, ricordano le dita della mano di Fatima, la figlia del Profeta (ma sono anche un antico simbolo magico-protettivo, molto usato nel mondo berbero, legato al numero cinque, all’impronta della mano così come alla stella a cinque punte, ecc.). Il materiale delle tombe è fragile, ma esse, come i templi di legno del lontano Giappone, vengono continuamente restaurate. Non possiamo dunque – né ha valore, in effetti – datare con precisione queste architetture a dieci, cinque o un secolo fa: sino a tempi recenti, sino all’introduzione del cemento armato, all’accettazione degli spigoli vivi e delle finestre a vetri, l’architettura mozabita si è ripetuta sempre identica a sé stessa, come un vestito modellato a perfezione intorno alla taglia dell’uomo. Le tombe dei santi sono marcate da una torre a cinque dita sulla testa, rivolta spesso in direzione della qibla, come i minareti delle città, che pendono un poco in direzione della Mecca, e da un altro pinnacolo sopra i piedi. “Sidi ‘Brahim –racconta il custode della sua tomba – era lungo m 3,20: si può controllare questa misura nella lunghezza della sua tomba, come si vede ancora oggi”.
Le tombe di Sidi Aissa, il convertito che “rifondò” Melika, del suo servo nero e di tutta la famiglia, si ergono come una scultura o un fondale teatrale, dall’aspetto zuccherino, scenario senza dimensioni e senza tempo che sembra un modello di montagne o d'architetture gigantesche e che acquista toni drammatici nella luce del tramonto, con le bocche aperte e nere delle nicchie che recano tracce di nerofumo dei lumini accesi durante l’ultima festa.
Abbiamo già avuto modo di accennare agli stimoli culturali esercitati dall’antimonumentalismo dell’architettura mozabita su Le Corbusier, uno dei più conosciuti tra i padri dell’architettura moderna. Oltre alle riflessioni sugli spazi delle costruzioni domestiche e sui modi di abitare, il grande architetto francese fu influenzato, in modo particolare, dalla “razionalità priva di razionalismo”, o se vogliamo dalla stretta aderenza funzionale alle esigenze e all’uso dei materiali, senza per questo che vi sia una enunciata “scelta di stile”. Due edifici mozabiti in particolare offrono soluzioni che possiamo poi ritrovare dalle opere di Le Corbusier: la tomba-moschea di Sidi ‘Brahim, presso le mura d’El Atteuf, e quella di Ammi Sayid, nel cimitero di Ghardaia. La prima delle due, con le sue nicchie e con le sue aperture asimmetriche, nonché con la sua pianta libera da ogni schematismo geometrico, ispirò Le Corbusier per la celebre Cappella di Ronchamp. Si tratta di un organismo complesso, nel quale un elaborato percorso architettonico crea un collegamento tra la sala di preghiera, la tomba del santo e un corpo cilindrico a due piani. Questo volume cilindrico, quasi una “torretta” centrale annegata nel corpo del monumento, racchiude in basso la tomba di un altro santo e costituisce, nella parte alta, una “camera di meditazione” per quei fedeli che desiderino isolarsi. La scala che collega i diversi livelli è di un’incredibile espressività plastica.
La tomba di Ammi Sayid ha piuttosto la forma di un mammellone bianco, con cinque “capezzoli” – o pennacchi – ditiformi che si ergono verso il cielo. La moschea, quasi sotterranea, è a breve distanza: un nucleo centrale buio, come una cripta, è circondato da un deambulatorio dove ogni passo costituisce una scoperta di spazi, di forme, di nicchie; il deambulatorio viene raggiunto tramite un corridoio coperto, in discesa, aperto sul mondo esterno con arcate irregolari, che collega la sala di preghiera alla Sala del Consiglio degli Anziani di Ghardaia. Questa sala, che Le Corbusier poco prima di morire definì “una delle più belle costruzioni del mondo”, fu purtroppo rifatta, alcuni anni dopo, con l’uso di materiali moderni (intelaiature di calcestruzzo armato) e con un’assoluta mancanza di rispetto per il gusto tradizionale. Si è trattato di una delle più gravi perdite subite dal patrimonio culturale dello M’Zab. Un’altra è stata causata dallo scempio perpetrato sulla cinta esterna della città di Bou Noura, che si affacciava su rocce a picco, sul letto dello wed M’Zab, e che è stata quasi interamente rifatta, nel corso degli ultimi vent’anni, in un anonimo “stile da condominio”.

 

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