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di Alberto Arecchi
Ho conosciuto la Valle dello M’Zab alla fine del 1978. Ero da
poco arrivato in Algeria, dove avrei insegnato per quasi tre anni
presso l’Ecole Polytechnique d’Architecture et d’Urbanisme di Algeri.
Nel periodo delle vacanze di fine anno, con un gruppo di amici e
colleghi, ci recammo nel deserto per visitare Ghardaia e la valle
dello M’Zab, poi El Goléa ed il grande ksar d’El Menia,
abbandonato, ricco di tracce archeologiche e delle memorie di
Charles de Foucauld, sino a raggiungere l’antico lago disseccato di
Timimoun, nella vallata della Saoura, con gli antichi sistemi d’irrigazione
scavati in profondità e con il circuito di villaggi di terra rossa,
un tempo abitati da pescatori, ed oggi da contadini di pelle nera.
Ho scoperto in quella circostanza la meravigliosa sinfonia di
accordi che i Mozabiti erano riusciti a realizzare nelle loro città,
la modulazione di spazi e di materiali in un equilibrio spesso
instabile e precario, ma sempre molto meditato, che fanno della
“pentapoli dello M’Zab” un capolavoro d’interesse universale. Su
quelle moschee e quei mausolei di santi, su quelle tombe e quei
minareti che ergevano le loro cuspidi verso il cielo come capezzoli
o come bianche dita, ma soprattutto su quelle case di “architettura
spontanea colta”, in cui nessuno spazio era superfluo, aleggiava
anche il ricordo e il mito di Le Corbusier (1887-1965), che negli
anni Trenta apprese certamente molto dall’esperienza architettonica
dello M’Zab, per la sua “architettura a misura d’uomo”... pur mentre
si occupava di pianificare la “grande Algeri” con enormi palazzi di
quindici piani, e con le autostrade che correvano sui tetti.
Ho imparato ad amare le fresche nottate nel palmeto, scandite dai
fruscii di piccoli animali che si muovono nell’oscurità e
dall’improvviso ragliare degli asini, a distanza, da qualche parte
nell’oasi. A gustare il thé alla menta sotto l’ombra di un telone,
che protegge dal bruciore accecante del sole meridiano. A rimanere
per ore ad ascoltare i discorsi teologici di qualche vecchio saggio,
presso le moschee-mausolei dei cimiteri, mentre il sole va calando
dietro i bordi del deserto.
Da allora, sono ritornato spesso nello M’Zab, a trascorrere giorni
di riposo sereni e rinfrancanti dal nervosismo isterico della grande
Algeri, nel mirabile equilibrio tra uomo e natura (e terra e cielo)
che in quei luoghi si percepisce quasi ad ogni passo, in ogni
immagine, nelle città come nelle oasi, in ogni volto, sereno e al
tempo stesso serio e profondo, della gente che vi s’incontra.
Ho visto, negli anni, la valle dello M’Zab che si trasformava, le
nuove costruzioni che alteravano un paesaggio fatto di pietre colore
ocra, che sembravano modellate dai secoli, per inserirvi spigoli
taglienti del cemento armato e grandi loggiati bianco-azzurrini,
allineati lungo i fronti delle vie. In quegli anni l’acqua corrente
nelle case e nei giardini, che consentiva agli abitanti il “salto
nella modernità”, provocò tuttavia l’abbandono dei sistemi
tradizionali d’irrigazione e gravi problemi edilizi ed ambientali,
con le infiltrazioni di umidità nel sottosuolo e con l’inquinamento
dello wed M’Zab, trasformato in un grande collettore fognario.
La situazione locale – politica e sociale – non ha fatto che
peggiorare, nel corso degli ultimi anni, a causa dell’instabilità
che ha funestato quella splendida terra e ha reso sconsigliabile l’accesso
a turisti e viaggiatori.

Un giorno intorno all’anno Mille
Gli Ibaditi o Abaditi sono una setta del gruppo dei Kharigiti. Il
termine Kharigiti significa “uscenti” e indica una corrente
“scismatica” dell’Islàm, nata nel sec. VII in margine alle lotte per
la successione del Profeta Mohammed.
Nell’anno 1011 o 1012 della nostra era (402 Hegira), la capitale
berbera di Isedraten, in un’oasi del Sahara algerino, a breve
distanza dall’attuale Wargla, era attaccata dagli Arabi d’El Mansùr,
un capo hammadita partito con una spedizione militare dalla costa,
dal porto di Bejaja (Bugia). Gli abitanti di Isedraten erano Ibaditi.
Circa un secolo prima avevano abbandonato la loro prima capitale,
Tahirt, sotto la spinta delle guerre per il potere che infuriavano
tra i musulmani dell’Africa del Nord. Fuggirono di nuovo e si
inoltrarono nel deserto, risalendo la vallata dello wed
M’Zab, verso altre piccole colonie di Ibaditi che li avevano
preceduti tra quelle rocce, apparentemente inospitali, sino ad una
posizione che parve favorevole per un nuovo rifugio sicuro. In
un’ansa del corso d’acqua stagionale, che scende verso oriente a
perdersi nelle sabbie del Grand Erg orientale, fondarono la nuova
città d’El Atteuf (“il gomito”, “il tornante”).
I discendenti di quegli Ibaditi – conosciuti come Mozabiti dal nome
del loro luogo d’insediamento – hanno continuato a vivere in un
gruppo di oasi, in mezzo ad un territorio inospitale, all’interno di
una vallata scavata dalla natura sotto l’orizzonte del deserto. Si
tratta d’un mondo esclusivo, d’un paesaggio chiuso su sé stesso, dal
quale non si percepisce, neppure visivamente, il mondo esterno. Solo
dalla cima dei minareti e delle torri di guardia si può gettare lo
sguardo lontano, nel deserto. Gli orti, i palmeti, le città, le
singole case, gli individui, dialogano direttamente con il cielo.
Gli Ibaditi sono conosciuti per il loro rigorismo morale e religioso
e per lunga tradizione evitano le decorazioni nelle loro costruzioni
(sulle moschee, ad esempio, non appaiono nemmeno i classici motivi
decorativi, ispirati a versetti del Corano). Le donne rimangono
chiuse nelle case, svolgono una vita “parallela” sulle terrazze, che
costituiscono una vera e propria “seconda città”. Quando escono,
sono completamente velate e osservano il mondo da un occhio solo (ora
l’uno ora l’altro, a turno, per non stancarli troppo) stringendosi
accuratamente il velo con la mano, di fronte al volto.
La comunità ibadita, unita dalla propria ideologia di vita e dalle
dure condizioni esterne, ha concretizzato in quella vallata una
specie di microcosmo isolato, in cui si rispettavano precise regole
di convivenza con l’ambiente naturale. Il fondo della vallata è
stato irrrigato con acqua tratta dalla falda sotterranea, mentre le
città fortificate (qsur) occupavano i rilievi pietrosi, in
modo da soddisfare in maniera integrata una serie d’esigenze: non
sottrarre terreno fertile alle coltivazioni, garantire una giusta
quantità di sole ad ogni abitazione, rispettare la natura ed il
prossimo, pur garantendo la riservatezza dell’ambiente familiare.
Una lezione per l’uomo d’oggi, che coi suoi interventi edificatori
si espone sempre più al rischio di catastrofi ecologiche: alluvioni,
frane, insabbiamenti, desertificazione. Tutti fenomeni naturali,
contro i quali spesso l’uomo si è spinto, per imprevidenza,
costruendo nel corso dei torrenti, sotto le dune del deserto,
sfruttando eccessivamente certi territori o lasciandone altri in
abbandono.
Per un migliaio d’anni, nelle oasi dello M’Zab, gli edifici e le
altre costruzioni – come gli sbarramenti che ritengono le acque per
l’irrigazione – hanno continuato ad esprimere la stessa risposta
essenziale ai bisogni di base, senza mutamenti di forme, senza
decorazioni. L’esistenza d’uno “stile artistico” presuppone che si
stabiliscano regole e leggi espressive. Nello M’Zab non esistono
stili, non esiste esibizione di un’ideologia di vivere e di abitare.
Tutto è stato sempre realizzato in nome dell’unica legge
dell’indispensabile, del necessario alla vita e alla morale della
gente.
Una “buona” architettura , che risponda in modo adeguato ai bisogni
dell’uomo ed all’ambiente fisico, è bella quando è semplice. Può
diventare monumento, senza volerlo essere.
È stata questa la scoperta fatta da un grande architetto come Le
Corbusier: l’ammirazione per un’essenzialità che procedeva dal
profondo, per una risposta concreta che materializzava, in modo
spontaneo e quasi naturale, le forme che servivano, lungo il cammino
dell’uomo, senza cercare di “esprimere” o di stupire con grandiosità
o con decorazioni fastose. È questa la vera grandezza
dell’architettura mozabita.
Per la fondazione delle città esistenti sono normalmente accettate
le seguenti date.
Vicino ad un gomito del corso d’acqua stagionale, El Atteuf (“il
gomito”, “il tornante”, per l’appunto) fu fondata nel 1011 o 1012,
forse su un accampamento più vecchio, perché conserva qualche muro
di una moschea più antica, attribuibile al 944. Quando questo nucleo
urbano fu saturo, gli Ibaditi fondarono nuovi centri autonomi
risalendo sempre più verso monte: Bou Noura fu fondata nel 1046 o
1048; verso il 1050, sulla collina di fronte, sorse Tafilalt, il
nucleo antico di Beni Izguen; Ghardaia nacque nel 1053; l’attuale
Melika nel 1124, subito dopo la distruzione del nucleo più antico di
Wadai.
Nel sec. XIV lo sheikh Sidi Aissa (un convertito all’Ibadismo)
fondò la parte bassa di Melika e nello stesso periodo, nel 1347,
prese forma l’attuale città di Beni Izguen, oggi reputata “città
santa”, intorno al nucleo della vecchia Tafilalt.
Le città fortificate vissero una vita autonoma; vi furono conflitti
intestini, la prima città di Bou Noura fu distrutta, ma gli Ibaditi
trovarono in questa valle la loro culla, che li ospitò e li nutrì
per mille anni. Dopo il sec. XIV i traffici sahariani andarono
riducendo la loro importanza, prima a causa dell’accresciuta
attività di razzie dei predoni contro le carovane e in seguito per
l’effetto del colonialismo europeo, che con i suoi commerci
marittimi allontanava i traffici più importanti dai percorsi interni
e li spostava verso la costa. La rete commerciale dei Mozabiti si
estese verso il nord. Gradualmente essi monopolizzarono il commercio
e gli scambi nelle città costiere dell’attuale Algeria (dove
peraltro erano già presenti). Ciò avvenne grazie all’emigrazione
stagionale degli uomini, che mantenevano sempre la famiglia
residente nella vallata d’origine.
I Mozabiti rimasero nei secoli una comunità fiera, salda nei suoi
principi religiosi e morali, chiusa su sé stessa e in relazioni di
vicinato spesso difficile con gli altri gruppi di popolazione.
La venerazione e il culto dei santi, proibiti dall’Islam, a maggiore
ragione sono esclusi dalla pratica dei Mozabiti, che per ragioni di
egualitarismo usano seppellire i loro morti senza neppure apporre il
nome del defunto sulla tomba. Nei cimiteri, per riconoscere i propri
defunti, le famiglie contrassegnano le tombe con vasi e cocci di
terracotta: un uso che richiama l’antica Cartagine e le tradizioni
berbere. Consuetudini pre-islamiche, religiose e magiche, affiorano
qua e là dagli usi femminili: le donne non disdegnano di recarsi a
pregare sulle tombe dei santi, accendere lumini a olio in apposite
nicchie, scrivere frasi augurali e imprimere segni di mani – con le
cinque dita aperte – sugli intonaci, sui muri delle case (l’Islam ha
“benedetto” questi segni dicendo che si tratta della mano di Fatima,
la figlia del Profeta). Altri antichi culti sono forse ravvisabili
nella venerazione delle grotte, tipico segno femminile: a Ghardaia
fanno visitare la cosiddetta “tomba di Daia”, dove si vorrebbe che
abitasse la madre primigenia della comunità (ma nella quale nemmeno
una capra potrebbe entrare, date le ridotte dimensioni); nel palmeto
di Bou Noura esiste l'Aren nu Fighar, una grotta meravigliosa
proibita agli stranieri, dalla quale si dice sia possibile entrare
in contatto con il mondo dell’immaginario; un’altra grotta si trova
in alto, dietro le creste che fiancheggiano lo wed presso El
Atteuf... aspetti di religiosità primitiva che il puritanesimo
ibadita nasconde, ma non ha potuto cancellare nei secoli, e che
sarebbe molto difficile conoscere, vista la riservatezza del mondo
femminile in questa vallata.
La valle dello wed M’Zab si trova nel cuore del deserto del
Sahara, 600 km circa a sud di Algeri e 1200 km a nord di
Tamanrasset. L’altitudine media dell’altipiano desertico in questa
zona è di 500 metri sul mare. La vallata scende da nord-ovest verso
sud-est e poi da ovest verso est, in direzione dell’enorme conca del
Grand Erg orientale, che un tempo era un grande mare, il cui fondo
oggi è occupato da distese di sabbia con dune. L’altipiano calcareo
è fortemente inciso in ogni direzione dall’erosione delle acque, che
si raccolgono in quattro wed principali, dalle valli
profondamente incassate. Proprio per via del suo rilievo
frastagliato, la vallata è chiamata shebka (merletto:
chebka, secondo la grafia francesizzata). Il clima è tipicamente
desertico. La media annua delle piogge è di 50-60 mm, ma negli anni
di siccità non si superano i 20-30 mm. Generalmente, piove per una
decina di giorni l’anno. Occorre una forte pioggia di alcune ore per
provocare la piena nello wed, il che avviene ogni due-tre
anni. I venti d’inverno sono freddi, provengono da nord-ovest e sono
relativamente umidi; quelli estivi provengono da nord-est, sono
forti e caldi. Venti di sabbia soffiano da sud-est nei mesi da marzo
a maggio. Tranne una breve stagione di piena, durante le piogge
invernali, l’acqua non affiora, ma le piogge vanno ad alimentare la
prima falda sotterranea, ad una profondità tra 40 e 70 metri. Gli
sbarramenti costruiti in talune oasi servono soprattutto, con le
loro fondazioni, a frenare il flusso nella falda, in modo da farne
risalire il livello e trattenere più a lungo le acque sotterranee
nelle zone destinate ad orti e giardini.
Tranne El Atteuf, le altre quattro città della pentapoli mozabita (Ghardaia,
Melika, Beni Izguen e Bou Noura) occupano rilievi rocciosi che si
fronteggiano ed è possibile, da alcuni punti, abbracciarle tutte in
un solo colpo d’occhio. Si ha allora la netta sensazione che esse
siano nate esattamente là dove la matura stessa ha voluto che
fossero, e che non potesse essere altrimenti, tanto profonda e
spontanea è la loro coesione con le forme del paesaggio. Bou Noura
sul suo scoglio, che si affaccia al letto principale dello wed,
Beni Izguen su uno spigolo roccioso, esposta ai raggi del sole che
nasce e che tramonta, sorvegliano entrambe le vallate laterali in
cui si distendono i rispettivi palmeti. Melika è arrampicata su un
rilievo roccioso (il più alto, all’interno della vallata) e Ghardaia
si sviluppa a cono su un’ultima altura, con un effetto teatrale;
tutte le città occupano rilievi di rocce e sassi, non utilizzabili
per le coltivazioni e adatti invece a garantire la difesa. I
cimiteri sorgono a fianco delle città, di solito sul lato nord e
spesso in posizione elevata (tranne il cimitero di Sidi ‘Brahim, a
El Atteuf, che occupa una vallata ed è stato attrezzato con sistemi
di arginatura per difenderlo dalle acque di ruscellamento). Il
terreno fertile e irrigabile era, all’origine, tutto destinato alla
coltivazione dei palmeti e dei giardini.
Generalmente, le case delle antiche città mozabite si offrono allo
sguardo come una “scalinata” ,che ricopre la pendenza dei rilievi
con gradini dalla sagoma geometrica e macchie di colore (gli
intonaci sono colorati nelle tinte: blu, rosa, giallo, ocra, bianco).
Sembra però che l’intonacatura e la varietà dei colori siano un
fenomeno abbastanza recente, perché i viaggiatori del sec. XIX
descrivevano la pentapoli come un ammasso del colore della terra e
della roccia.

Le città erano protette da mura o da case-forti, con torri d’avvistamento
e di difesa (che in parte si conservano ancora). Le cinte murarie
erano dotate di porte, sorvegliate da posti di guardia, con una
stanza al piano superiore. Le mura non avevano solo funzioni di
difesa, ma servivano anche alla chiusura ideologica della comunità.
Quando negli anni 1962-1964 fu progettata un’estensione della città
di Beni Izguen, le autorità locali chiesero la costruzione d’un muro
di cinta che avvolgesse anche la prevista lottizzazione. Questa
esigenza fu poi lasciata cadere, in funzione della rapida evoluzione
sociale verso l’individualismo.
Le città mozabite rimasero a lungo racchiuse nelle proprie mura.
Quando la popolazione raggiungeva livelli di saturazione, un gruppo
di abitanti partiva per fondare una nuova città, come negli alveari
delle api e nelle antiche colonie greche. Questo paragone non è
peregrino, perché l’amministrazione stessa delle città, tramite il
Consiglio paritario degli anziani riunito intorno alla moschea,
ricorda da vicino l’antica polis. Nel sec. XVII, i Mozabiti
fondarono in oasi non troppo lontane gli altri centri di Berriane e
di Guerrara, posti rispettivamente 40 km a nord e 110 km a nord-est.
Alla metà del sec. XIX, le forze coloniali francesi occuparono il
Sud algerino e stabilirono un patto di mutuo rispetto con i Mozabiti,
lasciando loro l’amministrazione interna della propria Comunità.
Tuttavia, la costruzione di un forte della Legione Straniera, in
posizione tale da dominare visivamente la vallata, e la fondazione
del nuovo centro amministrativo nella vallata, subito fuori di
Ghardaia, cominciarono a sconvolgere un equilibrio secolare.
Ghardaia cominciò ad essere conosciuta, amministrativamente, come “capoluogo”.
Ciò alterò la condizione paritaria tra le varie città. Nella sola
città di Ghardaia, divenuta sede amministrativa “coloniale”, furono
abbattute le mura di cinta e si creò una graduale transizione, priva
di cesure, fra la riservatezza della città alta, il quartiere basso,
popolato da Ebrei Sefarditi, e le nuove zone amministrative e
commerciali, che si andavano estendendo lungo la sponda meridionale
dello wed. Le nuove costruzioni e le nuove attività
attirarono una forte immigrazione di Arabi di rito malekita. Le loro
moschee, con i minareti a pianta quadrata, che si distinguono a
colpo d’occhio da quelli mozabiti (i quali sembrano piuttosto dita
puntate verso il cielo), si sono andate moltiplicando nel paesaggio
locale.
Le altre città rimanevano racchiuse entro le proprie mura. Solo le
“case d’estate”, nelle oasi, destinate al soggiorno delle famiglie
durante i mesi caldi, continuarono ad espandersi. Poi, negli anni
1920, la scoperta di una nuova, ricca falda d’acqua rese disponibili
nuove risorse e rese convenienti nuovi metodi di pompaggio. I pozzi
tradizionali sono via via scamparsi e il sistema di coltura del
palmeti è stato modificato. Non occorre dimenticare, inoltre, che le
tradizionali attività di commercio, esercitate dai Mozabiti in tutto
il territorio algerino, hanno generato accumulazioni di capitale che
rendevano ormai superflua la dipendenza alimentare dai prodotti
orticoli locali e da un ciclo economico chiuso su sé stesso, tipico
della società tradizionale. Nacquero imprese di tipo industriale e
si sviluppò il turismo. Ciò ha provocato però negli ultimi decenni,
nella vallata dello M’Zab, una sorta di “implosione” del tessuto
urbano. L’aggressione portata dallo sviluppo industriale ha
profondamente alterato il carattere “medievale” dell’insediamento
nello M’Zab, pur mantenendo un certo rispetto verso il tessuto
urbano dei singoli centri storici. Oggi il territorio della vallata
tende ad essere pesantemente saturato dalla nuova edilizia,
nonostante i controlli introdotti ed esercitati nel corso
dell’ultimo trentennio, in nome sia del rispetto delle tradizioni
morali e culturali, sia della salvaguardia delle caratteristiche
ambientali e del patrimonio artistico.
La città è racchiusa all’interno della cinta muraria, o di ciò che
ne rimane. La difesa militare vera e propria, però, non impone più
da gran tempo la rigidità di un tale sistema di protezione. La cinta
muraria è costituita da una cortina continua a Beni Izguen, oppure
da un muro che collega delle case-forti, alte e prive di accesso
esterno (Melika, Bou Noura).
Le città sono di ridotta estensione e non hanno mai superato un dato
numero di abitanti. Non sappiamo però se ciò corrispondesse ad una
regola codificata e se veramente vi sia stata la decisione
dell’assemblea di “distaccare” gli abitanti in più, in caso di
eccessiva crescita demografica. Non sappiamo se vi siano stati
contrasti ideologici, religiosi o solamente personali alla causa di
tutto ciò.
Lo schema urbano è denso, il rapporto tra spazi costruiti e
superfici libere è molto alto. La moschea domina sempre la città. È
una costruzione grande e importante, non solo per il suo valore
sociale e religioso, ma per le sue stesse dimensioni, visibili da
lontano, perché sta sul culmine dell’aggregato e il suo minareto
svetta verso il cielo. Le costruzioni annesse: medersa (scuola
coranica), biblioteca, ecc. costruiscono un complesso intorno ad
essa: il centro spirituale, ma anche sociale della città.
Ricordiamo i casi d’el Atteuf, con due moschee principali (forse
sopravvivenza di una concezione dualista berbera?) e Melika, ove la
decisione, verso il 1970, di costruire un minareto alla moschea
malekita suscitò grandi discussioni e fu una scelta molto sofferta.
Il secondo polo d’attrazione è il suuq, mercato (agadaz
in berbero). Posto in prossimità di una porta della cinta, per
meglio assicurare la difesa della città e della comunità.
Per il resto, gli spazi pubblici della città sono strette vie,
appena allargate per permettere l’esistenza di qualche pozzo, di
qualche albero. Non di rado, esse corrono in porticato, coperte dal
piano superiore delle case, in modo da riparare meglio dal sole.
Panchine in muratura, lungo i muri delle case, servono da luoghi di
riunione di vicinato.
Ricordiamo le regole urbanistiche fondamentali: Nessuna casa deve
portare ombra a quella del vicino: il sole è sempre apprezzato e
cercato. Questo principio di base limita l’altezza delle case e può
condizionare la forma dei tetti.
Un’altra regola fondamentale, sempre rispettata, è che da nessuna
casa si deve avere la possibilità di guardare dentro un’altra. L’intimità
è preservata al massimo grado. Le terrazze sono cinte da muri più
alti dello sguardo (almeno m 1,50 dal pavimento). Quando però la
prima regola non consente di alzare i muri della terrazza, i luoghi
più alti non sono accessibili agli uomini, ma sono riservati
esclusivamente alle donne (e ai bambini piccoli). Le donne passano
così dall’una all’altra e da una casa all’altra riescono a muoversi
nella città, sottraendosi agli sguardi degli uomini.
Le facciate si somigliano tutte nella loro nudità e nessun segno di
distinzione o di ricchezza è visibile all’esterno.
I materiali non determinano la forma della casa, tuttavia la
disponibilità dei materiali locali ha sempre influenzato le tecniche
di costruzione, attraverso i secoli. Questo ovviamente spiega anche
elementi quali i colori, un tempo basati esclusivamente sull’ocra
della terra locale e sul bianco della calce e del gesso.
Gli archi sono realizzati con blocchi di pietra, spesso su una
centinatura “a perdere” fatta con nervature di palma, che ne
regolano la forma e reggono il peso dell’arco per il breve tempo
necessario alla presa del timshent (malta a base di gesso).
La centinatura fatta con le nervature di palma dà agli archi una
tipica forma, con una curvatura che si accentua in corrispondenza
della maggior flessibilità delle estremità, anche quando essi
cercano di raggiungere il tutto sesto o talvolta anche la forma di
arco oltrepassato.
Le volte (qus, in arabo) sono fatte con una tecnica analoga a
quella degli archi: pietre e timshent, su una centinatura
persa di nervature di palma. Hanno una luce ridotta, spesso minore
d’un metro. Possono oltrepassare tale limite se sono rinforzate da
nervature ad arco. Le volte a botte sono generalmente un po’
schiacciate, a forma di anse di paniere.
Le cupole servono di solito a coprire le costruzioni cimiteriali. Si
appoggiano su pilastri o su muri, con raccordi. Talvolta sono
rafforzate con una crociera di nervature di palma, che poggiano sui
pilastri. Le cupole sono generalmente appiattite, forse solo a causa
della deformazione delle nervature all’atto della posa dei blocchi.
All’esterno, la cupola non supera o supera di poco il resto della
copertura.
Gli intonaci sono grossolani e servono soprattutto a chiudere i
buchi nelle murature. nelle case più vecchie l’intonaco è fatto di
timshent e sabbia, con un colore naturalmente rosa o ocra, a
seconda della sabbia utilizzata. Più in generale gli intonaci sono
fatti solo di timshent, d’un colore grigiastro. Spesso si
applica su intonaci, pavimenti e soffitti una o più mani di latte di
calce bianco o leggermente colorato in giallo, ocra o azzurro.
Queste mani, rinnovate ogni due o tre anni, sono date con una scopa
di palma oppure con spazzoloni, scope o anche nebulizzatori a mano.
La distanza tra due file di pilastri di sostegno nelle moschee
corrisponde bene alla misura di un uomo prosternato al suolo.
La posizione dei vari elementi della casa non è mai fissa, né la
forma delle piante è mai ripetitiva. La libertà di pianta, anzi, è
uno degli elementi fondamentali di questa architettura, e un
ambiente a nicchia può servire ora da ripostiglio, ora da ambiente
per un letto aggiunto. C’è un grande spirito d’economia che pervade
l’uso di tutti gli spazi disponibili (compresi i piccoli sottoscala).
Il mobilio tradizionale è in gran parte integrato all’architettura
della casa: nicchie, mobili, letti, recipienti per la scorta di
granaglie e datteri, tutto sembra nato nel quadro di un’unica
concezione, di un unico progetto. È proprio questa caratteristica di
spontaneità mai gratuita, ma sempre calcolatissima, sino ai minimi
particolari, che rende bella e funzionale quest’architettura: la
casa si articola ed esprime pienamente le funzioni cui deve
rispondere, senza fronzoli, senza elementi di rappresentanza, senza
“bellezze gratuite”. Un arco ed un’architrave possono
tranquillamente essere accostati, senza alcuna preoccupazione
estetica, a seconda della disponibilità di materiali del momento o
della volontà estemporanea (almeno a nostro avviso) del costruttore.

La legge morale dello M’Zab è basata su principi di stretta
economia, applicati alla totalità del comportamento sociale. Alle
origini dell’architettura moderna occidentale, si pensò di rendere
tutti uguali costruendo case per il popolo che imitassero quelle dei
prìncipi. Qui, invece, l’uguaglianza è stata ricercata da sempre
tramite il soddisfacimento, per tutti, degli stessi bisogni
essenziali. Gli spazi sono studiati e realizzati con semplicità,
senza nessuna monumentalità, che si tratti della casa di gente
comune, della casa dell’Imàm o della moschea. Agli occhi di uno
straniero, sembra quasi che un’ideologia dell’essenzialità pervada
tutto, ma ciò è dovuto essenzialmente al fatto che l’abitazione non
riveste alcun carattere di rappresentatività: è fatta soltanto per
soddisfare – con pienezza, ma in maniera del tutto funzionale – i
bisogni della vita quotidiana, non per “apparire” ad occhi estranei.
Ciò attribuisce alle case dello M’Zab la loro particolare aura,
poiché in esse sono stati codificati i principi dell’architettura
funzionale, della soluzione di problemi essenziali della
quotidianità, senza peraltro che permanesse quella situazione di
povertà endemica che in altre circostanze ha “costretto” ad adottare
soluzioni analoghe. Qui – nella gran maggioranza dei casi, almeno
per quanto riguarda l’architettura storica – gli spazi si sono
modellati sull’uomo, più che non sull’immagine che egli desiderava
costruirsi.
Tutto è “a scala umana”, perché nessun edificio ha obiettivi di
rappresentanza, ma tutto esprime esattamente le funzioni alle quali
deve servire. È ciò che colpì e segnò profondamente il ricordo di Le
Corbusier, quando visitò questi luoghi e ne riportò l’esperienza di
un’architettura ideale, tanto da usarla come modello per le proprie
realizzazioni, ma soprattutto da teorizzare nei suoi scritti il
celebre slogan della “casa a misura dell’uomo”.
Le forme dell’edificio rispondono ai bisogni e spesso la pianta del
primo piano non corrisponde neppure a quella del piano inferiore.
Naturalmente, come in molti casi di architettura “vecchia” e “spontanea”,
queste case hanno incantato architetti, turisti, stranieri, ma oggi
per i loro abitanti rappresentano solo vecchi alloggi, privi di
conforto, inadatti alla vita moderna.
La casa mozabita ha adattato alle condizioni climatiche e di luce
del deserto e alle consuetudini sociali degli Ibaditi lo schema
dell’abitazione mediterranea, che gravita intorno ad un cortile
centrale. L’ingresso alla casa, come in tutte le case nordafricane,
è posto sull’angolo ed ha le porte sfalsate a baionetta (sqifa),
in modo che dall’esterno non si possa vedere direttamente l’interno.
Il cortile del piano terreno (shebeq) è stato in gran parte
coperto, lasciando solo una ridotta apertura centrale per il
passaggio dell’aria e della luce. Così si ottiene più ombra e fresco
all’interno, e si amplia la superficie della terrazza. La casa
gravita tutta intorno al vano centrale semi-scoperto, così ottenuto
al piano basso. Una stanza apposita è riservata alle riunioni e alla
preghiera (tizfrit).
Dal gioco delle luci, nelle diverse ore delle stagioni, dipende l’uso
delle varie stanze, in modo da fruire sempre di condizioni
climatiche gradevoli: è ciò che si chiama “architettura bioclimatica”.
Gl’interni delle case sono poco più alti della testa degli abitanti,
e ciò è più che sufficiente ai bisogni della vita quotidiana, a
condizione che la ventilazione sia buona. Infatti nelle case
tradizionali non si usano mobili: per una persona seduta su un
tappeto, per terra, una stanza alta m 2,20 è altrettanto spaziosa
che un locale comune delle nostre case, visto da una persona seduta
su una sedia. L’ambiente centrale non è un vero e proprio cortile o
patio, ma “un locale d'abitazione fuso con un patio”. Si chiama, in
arabo, west ed dar, e in lingua berbera amessent ed dar,
termini che significano entrambi “il centro della casa”. Esso è
coperto da una terrazza forata e, nel periodo caldo, anche il foro è
protetto da un telone. Verso questo spazio centrale si aprono tutti
gli altri locali della casa, come fossero nicchie in un grosso muro,
che sempbra poter essere scavato a volontà dalle mani di un artista.
La terrazza è il soggiorno più gradevole nei mesi invernali e
diventa camera per la notte, durante l’estate.
Nello M’Zab, l’intonaco si applica solo dove è proprio necessario,
per proteggere i muri da azioni di sfregamento. Dove non esiste un
rischio di contatto regolare, basta applicare quel poco di malta
necessaria a chiudere i buchi tra le pietre. Quando si applica l’intonaco
con la mano e rimane impresso il gesto dell’artefice, con la traccia
delle dita. Si può anche usare una specie di “scopino”, fatto con
gli steli di un grappolo di datteri. Battendo il muro con tale
strumento, dopo averlo immerso nel secchio della malta, si ottiene
un intonaco fortemente ruvido. In ogni caso, le asperità della
superficie serviranno ad accrescere le zone d’ombra e a raffrescare
la superficie del muro, sotto il forte sole. L’intonaco non serve
mai a rendere liscia la superficie dei muri, ma, anche quando tutte
le irregolarità fossero state lisciate, il muro della casa mozabita
non rivela mai la geometria di forme regolari.
È stato scritto di queste città che in realtà esse si compongono di
due sistemi strutturali completamente indipendenti, aventi fra loro
solo determinati punti di contatto: la “città degli uomini’, al
livello delle strade, e quella “delle donne”, ai piani alti,
intercomunicanti per mezzo delle terrazze. Le due città sono
collegate attraverso l’intimità delle case, ma gli individui di
sessi diversi avvisano sempre, prima di penetrare negli spazi e nel
mondo dell’altro: un uomo, prima di salire in terrazza, lancia un
avviso alle donne, anche a quelle delle case circostanti. Diversi
sono anche i modi di bussare alle porte, tra uomo e donna. Solo i
bambini sono liberi di fluire dappertutto, attraverso gli
innumerevoli meandri di queste città, nei passaggi che sfumano gli
spazi, dall’ambiente pubblico sino al privato.
Le terrazze sono i luoghi in cui tutta la famiglia va a dormire,
nelle notti fresche d’estate.
Le moschee e i cimiteri
Le particolari condizioni climatiche hanno imposto che anche le
moschee, come le case, possano disporre di uno spazio esterno per
riunirsi durante le serate estive: si tratti di una terrazza o
un’altra area scoperta, presso il cimitero della città o nel palmeto
dell’oasi.
Gli archi dei porticati hanno l’altezza di un uomo e la larghezza
delle campate è di misura appena sufficiente per prosternarsi.
Questa proporzione, strettamente ritagliata sulle misure umane,
ripete la povertà della prima moschea di Medina, con navate
parallele al muro di fondo della qibla (la nicchia che
indirizza la preghiera, rivolta in direzione della Mecca). Si sa che
la disposizione delle moschee, in generale, ignora la nozione
occidentale di “navate” dirette in senso longitudinale e rispetta
invece un’organizzazione dello spazio per spazi parallelamente
disposti in campate, l’una davanti all’altra, e ogni campata è
destinata ad una riga di fedeli in preghiera. Prive di decorazioni,
ridotte a strutture spoglie ed essenziali, le moschee dello M’Zab
rendono il senso profondo del riparo. Gli Ibaditi hanno raggiunto il
sommo della coerenza, cercando la comunicazione diretta con Dio
nella meditazione e nella calma, al di là di ogni richiamo puramente
estetico, che avrebbe potuto costituire una distrazione
dall’obiettivo fondamentale della preghiera, in una sottomissione
totale.
Gli archi e le aperture dell’architettura mozabita obbediscono alle
esigenze minime necessarie per il passaggio, sono “ritagliati” sulla
sagoma della figura umana e realizzati con materiali locali: sassi
allo stato grezzo, gesso che fa presa molto rapidamente, così che
gli archi non richiedano grandi opere di centinatura. La loro forma
è data dalle nervature dei rami di palma, materiale privo di valore
che si raccoglie facilmente nell’oasi. Dopo che sono serviti per
dare la forma agli archi, i fasci di rami vengono lasciati annegati
nella muratura finita, senza recuperarli. Le foglie di palma si
incurvano in modo simile l’una all’altra, ma mai perfettamente
uguale: così, la somiglianza delle varie forme non è mai
standardizzazione ed ogni apertura risulta caratteristica, unica;
anche quando le arcate si ripetono, l’una vicino all’altra, ognuna
di esse riesce ad essere singolare ed “individuale”.
Il puritanesimo sembra addolcirsi nelle dimore dei morti, rispetto a
quelle dei vivi, e lascia il posto ad un certo lirismo, ad un
misticismo con toni quasi musicali. Forse è il risultato
dell’emergere della “religiosità delle donne”, che ancora oggi
venerano le tombe dei santi accendendo lumini ad olio, sporcando i
muri con scritte o con impronte di mani che ripetono gli antichi
culti magici.
Per quasi un millennio questa società non ha espresso edifici che
rappresentassero il potere temporale, né quello spirituale, ha solo
venerato con continuità le tombe dei propri fondatori, fatte di
volumi e spazi modulati sul passo dell’uomo, ricoperte da intonaci
di gesso con pinnacoli che in certi casi assumono la forma di dita o
di pani di zucchero. I cinque pinnacoli, secondo certe
interpretazioni, ricordano le dita della mano di Fatima, la figlia
del Profeta (ma sono anche un antico simbolo magico-protettivo,
molto usato nel mondo berbero, legato al numero cinque, all’impronta
della mano così come alla stella a cinque punte, ecc.). Il materiale
delle tombe è fragile, ma esse, come i templi di legno del lontano
Giappone, vengono continuamente restaurate. Non possiamo dunque – né
ha valore, in effetti – datare con precisione queste architetture a
dieci, cinque o un secolo fa: sino a tempi recenti, sino
all’introduzione del cemento armato, all’accettazione degli spigoli
vivi e delle finestre a vetri, l’architettura mozabita si è ripetuta
sempre identica a sé stessa, come un vestito modellato a perfezione
intorno alla taglia dell’uomo. Le tombe dei santi sono marcate da
una torre a cinque dita sulla testa, rivolta spesso in direzione
della qibla, come i minareti delle città, che pendono un poco
in direzione della Mecca, e da un altro pinnacolo sopra i piedi.
“Sidi ‘Brahim –racconta il custode della sua tomba – era lungo m
3,20: si può controllare questa misura nella lunghezza della sua
tomba, come si vede ancora oggi”.
Le tombe di Sidi Aissa, il convertito che “rifondò” Melika, del suo
servo nero e di tutta la famiglia, si ergono come una scultura o un
fondale teatrale, dall’aspetto zuccherino, scenario senza dimensioni
e senza tempo che sembra un modello di montagne o d'architetture
gigantesche e che acquista toni drammatici nella luce del tramonto,
con le bocche aperte e nere delle nicchie che recano tracce di
nerofumo dei lumini accesi durante l’ultima festa.
Abbiamo già avuto modo di accennare agli stimoli culturali
esercitati dall’antimonumentalismo dell’architettura mozabita su Le
Corbusier, uno dei più conosciuti tra i padri dell’architettura
moderna. Oltre alle riflessioni sugli spazi delle costruzioni
domestiche e sui modi di abitare, il grande architetto francese fu
influenzato, in modo particolare, dalla “razionalità priva di
razionalismo”, o se vogliamo dalla stretta aderenza funzionale alle
esigenze e all’uso dei materiali, senza per questo che vi sia una
enunciata “scelta di stile”. Due edifici mozabiti in particolare
offrono soluzioni che possiamo poi ritrovare dalle opere di Le
Corbusier: la tomba-moschea di Sidi ‘Brahim, presso le mura d’El
Atteuf, e quella di Ammi Sayid, nel cimitero di Ghardaia. La prima
delle due, con le sue nicchie e con le sue aperture asimmetriche,
nonché con la sua pianta libera da ogni schematismo geometrico,
ispirò Le Corbusier per la celebre Cappella di Ronchamp. Si tratta
di un organismo complesso, nel quale un elaborato percorso
architettonico crea un collegamento tra la sala di preghiera, la
tomba del santo e un corpo cilindrico a due piani. Questo volume
cilindrico, quasi una “torretta” centrale annegata nel corpo del
monumento, racchiude in basso la tomba di un altro santo e
costituisce, nella parte alta, una “camera di meditazione” per quei
fedeli che desiderino isolarsi. La scala che collega i diversi
livelli è di un’incredibile espressività plastica.
La tomba di Ammi Sayid ha piuttosto la forma di un mammellone bianco,
con cinque “capezzoli” – o pennacchi – ditiformi che si ergono verso
il cielo. La moschea, quasi sotterranea, è a breve distanza: un
nucleo centrale buio, come una cripta, è circondato da un
deambulatorio dove ogni passo costituisce una scoperta di spazi, di
forme, di nicchie; il deambulatorio viene raggiunto tramite un
corridoio coperto, in discesa, aperto sul mondo esterno con arcate
irregolari, che collega la sala di preghiera alla Sala del Consiglio
degli Anziani di Ghardaia. Questa sala, che Le Corbusier poco prima
di morire definì “una delle più belle costruzioni del mondo”, fu
purtroppo rifatta, alcuni anni dopo, con l’uso di materiali moderni
(intelaiature di calcestruzzo armato) e con un’assoluta mancanza di
rispetto per il gusto tradizionale. Si è trattato di una delle più
gravi perdite subite dal patrimonio culturale dello M’Zab. Un’altra
è stata causata dallo scempio perpetrato sulla cinta esterna della
città di Bou Noura, che si affacciava su rocce a picco, sul letto
dello wed M’Zab, e che è stata quasi interamente rifatta, nel
corso degli ultimi vent’anni, in un anonimo “stile da condominio”.
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